domenica 14 maggio 2017

L'intervista a Fabio Carta: Arma Infero - Il Mastro di Forgia, quando la scrittura è passione che plasma idee e parole

di Roberta De Tomi

Un'opera dall'ampio e possente respiro, che ci riporta agli stili e alle architetture di grandi classici, coniugati a quella componente di entertainment che caratterizza diversi capolavori contemporanei.
Ne Il Mastro di Forgia, volume primo di Arma Infero, space opera di Fabio Carta, il sincretismo instilla nel lettore la curiosità di conoscere alcuni aneddoti della genesi di questo lavoro, frutto di una passione che cesella la parola per pervenire a un obiettivo chiaro e delineato nella testa dell'autore.
In attesa della recensione, ho intervistato Fabio che non ha lesinato nei dettagli. Vediamo cosa ci racconta.


Ciao Fabio, benvenuto su Words, la prima domanda che vorrei farti è questa: quando e in quali circostanze nasce Arma Infero?
    
Ciao e grazie per l’opportunità di questa intervista.  Arma Infero è nato quasi di getto, culmine di tutte le mie passioni che hanno trovato sfogo nella scrittura. Sentivo il bisogno di scrivere una grande storia, epica, fantascientifica, con uno stile in prima persona, ricca di terminologie arcaiche e tecniche che si distaccassero dai canoni standard odierni. La mia ispirazione, infatti, trae origine proprio dalle opere classiche e dagli autori del genere fantasy / fantascientifico come Dune, Guerre Stellari, La Terra di Mezzo di Tolkien (un autore di cui ammiro l’invidiabile mancanza di fini nello scrivere e il grandioso dilettantismo) e la grande space opera di Asimov e Simmons. Ma anche ambientazioni suggestive a noi più vicine, sia per tempo che per luogo: penso a Mondo9 del grande Dario Tonani.

Nel romanzo ci introduci il pianeta Muareb: quali sono le sue caratteristiche e peculiarità?
    È un mondo immaginifico, lontano, inospitale e brutale; ma state tranquilli, è un mondo che non esiste, perché è fatto solo di parole. Io amo le parole. Per questo sono uno scrittore.
    Muareb è un piccolo, sperduto planetoide roccioso solo parzialmente “terraformato”, bonificato e, quindi colonizzato. Spazzato da venti incessanti, soffocato dalla polvere e oppresso da una cappa di nuvole inquiete che coprono il cielo, ruota velocemente sul proprio asse ortogonale, e quindi senza stagioni, con due albe e due tramonti nelle ventiquatt’ore. Per quanto attiene alla sua colonizzazione, è nella Terra di Mezzo di Tolkien che, credo, sia da rintracciare la vaga divisione in marche del territorio coloniale da me effettuate sul pianeta, come nelle tante mappe che introducono un qualsiasi volume fantasy della sterminata produzione di genere.
    Ed è a questo modello ideale terrestre che mi sento legato, paradossalmente, più che al cliché dell'Impero Galattico; più piantato coi piedi per terra, tra mappe dai confini confusi e vaghi. Semmai una space opera accennata che, invece, man mano che scrivevo prendeva le forme di "fantasy/planetary romance", riferendomi al fantasy, ovviamente, non per la presenza di maghi o elfi ma solo per la peculiare creazione e connotazione del regno-scenario.

Ci sono diversi aspetti che emergono durante la lettura e che andremo a toccare durante questa intervista. Il primo è il rapporto che si stabilisce tra il passato e il futuro, in quanto l’impressione che si ha nella lettura è quello di essere calati in una sorta di Medioevo del futuro. Si tratta di un’impressione o, nel mondo che hai creato, hai cercato di erigere un’impalcatura precisa, basata su una tua visione del Tempo e della Storia? Ce ne puoi parlare?
    Il mondo di Muareb è sorto dal desiderio di coniugare due tra le mie più grandi passioni: i miei studi universitari in storia, sociologia e geopolitica con i miei interessi più frivoli e ludici, ossia film, videogiochi, fumetti e romanzi.
    Nato dall'idea di poter dar vita ad una sorta di "peplum" narrativo postmoderno, un sincretismo distopico tra fantasy e fantascienza che fosse qualcosa di più d'una semplice trasposizioni di poteri magici in tecnologie arcane.
    Nel mio mondo vi sono dame e cavalieri, intrighi di corte e amori a profusione e tradimenti degni di Lancillotto come del Trono di Spade; ma soprattutto storie di guerra, di coraggio e amicizia; ma anche laser e armi atomiche!
    Muareb è un pianeta anticamente colonizzato dall'uomo: un’origine così remota nel tempo da esser svanita nella memoria degli abitanti stessa. Frammentato in colonie, regni, repubbliche e consorzi, è ora devastato da una guerra che vede protagonisti proprio i personaggi principali del romanzo: Lakon, il mastro di forgia del titolo, e Karan, il suo biografo nonché voce narrante.
    Gli stereotipi afferenti i vari popoli e le nazioni, chiaramente, sono tratti dall'esperienza storica che, seppur in maniera vaga, è sotto gli occhi di tutti; così come ho potuto ispirarmi alle intuizioni empiriche e di mero buon senso già delineate nel '700 da Montesquieu nello Spirito delle Leggi, quando il grande illuminista si sofferma sul legame tra il clima (e quindi tra la latitudine) e il carattere morale dei popoli. Nascono così i barbari di Borea, a nord, l'isolazionismo delle oasi e la dissoluzione levantina nella fascia equatoriale, così come si sviluppa l'orgoglio e la durezza dei popoli dei calanchi, riarsi e senz'acqua, confluiti nella confederazione della Falange.

"Dune"  tra le principali opere che hanno ispirato
"Arma Infero"
Un altro aspetto in rilievo riguarda le contaminazione e i riferimenti: ci troviamo di fronte a un’opera che ne raccoglie altre. Omaggio, rielaborazione, ispirazione, o un tuo background che in questo romanzo hai voluto ricreare e in cui hai voluto forgiare una tua visione?
    Muareb è un nano che cerca di imitare gli inarrivabili deserti di Dune.
    Nella Falange temprata dalle peggiori condizioni climatiche si forgiano i coloni più tenaci e i guerrieri più feroci: sono quest'ultimi i protagonisti di Muareb, abitanti di città che sopravvivono al limite della sopportazione, spartani non per scelta o convinzione, allevati senz'acqua e senza alcuna comodità, orgogliosi e feroci come lo sono i Fremen e i Sardaukar di Herbert.
    Ed ecco quindi che il ciclo si chiude: partito nella mia prolusione da Dune, su Arrakis ritorno. Quindi credo che, per rispondere più direttamente alla tua domanda, si possa dire alla maniera di Lucas, parafrasandolo, e cioè che… senza Dune, Arma Infero non sarebbe mai esistito.

Che ruolo riveste la tecnologia e come sviluppa il suo ruolo nel futuro, in relazione all’attualità del nostro presente?
    Il maestro della hard sci-fi, Arthur C. Clarke disse una volta: "...Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”. Amen.
    Ebbene, la scienza è la mia personale magia, è lo strumento fantasy dei miei mondi fantascientifici, con cui sogno di meraviglie impensabili cercando però di rimanere coi piedi ben piantati nel prosaico terreno della verosimiglianza. Come scrittore di sci-fi la scienza ha per me un ruolo fondamentale, collocandosi come il pilastro alla base delle mie idee, il filo principale di tutte le trame e gli intrighi dei miei racconti. L’universo di Arma Infero è l’esempio perfetto del mio rapporto con la scienza, dove ogni mezzo o strumento tecnologico, per quanto fantasmagorico, si basa su solidi principi scientifici che gli conferiscono un senso di realtà e tangibilità; principi che ho dovuto approfondire in lunghe ricerche e non senza difficoltà. Ciò nonostante i risultati ottenuti mi hanno soddisfatto, perché non c'è nulla di più magico di una scienza in grado di meravigliare. Una scienza che non deve per forza essere solo una tra le nobili scienze naturale (c.d esatte).
    I temi scientifici in Arma Infero possono essere divisi in tre categorie:

1) BIOWARE: c'è una componente biologica (altrimenti detta Wetware in gergo cyberpunk) ove le tecnologie non sono costruite ma coltivate e innestate persino prima della nascita nel codice genetico stesso dei coloni; mi riferisco alla corteccia cerebrale binaria, altrimenti nota su Muareb col tristo nome di Nexus. Proprio sui pregiudizi legati a questa tecnologia costruirà la leggenda dei suoi misteriosi talenti Lakon, il protagonista spregiudicato e scaltro del romanzo, nella sua fulminante ascesa sociale.

2) HARDWARE: c'è poi la componente che potremo definire hardware, ossia in primis il misterioso fulleren delle fasce muscolari degli zodion, con la sua emolinfa quantistica e il suo prodigioso sostentamento magnetoidrodinamico, con la griglia di deflessione magnetica, le misteriose appendici dorsali; nonché le armi portatili dei cavalieri. Ci sono poi le strabilianti tecnologie gordiane, esotiche e remote, dall'ascensore orbitale noto come Torre del Cielo fino alle leggende sugli indistruttibili scudi antiatomici di Gordia stessa, i neri bastioni energetici della grande metropoli equatoriale. Un mondo intriso di scienza e tecnologia, acciaio e bulloni, ove le condizioni climatiche, storiche e sociali hanno portato alla creazione di un ambiente umano che non può assolutamente prescindere dall'uso quotidiano della scienza come mezzo di contrasto alle durissime condizioni di vita.

3) SOFTWARE: schiacciata tra questi due elementi, tra bioware e hardware, sta l'ultima componente, il software, ovvero la società, la cultura, la politica e in generale l'idea che l'umanità di Muareb s'è fatta di sé. Illusioni tramandate da coloro che, protetti dalla durezza di cupole e armature, si credono uomini pur nascendo in corpi geneticamente trasmutati. Fragili gusci, biomasse umide progettate per vivere in ambienti alieni; finti uomini interpreti di un software idealista che li vede ingenui imitatori di antiche culture e subculture terresti.
    Nel rendere questa tripartizione dello scientismo dominante su Muareb ho dovuto inevitabilmente ricorrere all'uso di diversi tecnicismi, una scelta di stile che richiama i dettami del genere hard sci-fi d’antan. Fantascienza hard, dunque; dura, così come la concepiva Campbell - il maestro di Asimov, Van Vogt e Heinlein, per intenderci - piena di dettagli tecnologici.
    Secondo me questa è la fantascienza: non si può evocare un prodigio tecnologico senza darne conto al lettore amante del genere, razionalista e curioso per antonomasia, che brama dettagli e spiegazioni! Perché sarebbe come volerne insultarne l'intelligenza sbattendogli sotto il naso uno sciocco gioco di prestigio, quello sì per definizione volto solo a meravigliare con la pretesa di non svelare nessun segreto.

I rapporti tra i personaggi e, in generale, sociali, sono caratterizzati da una forte gerarchizzazione. Si tratta della visione rispetto a un ipotetico futuro o altro?
    Sognavo di scrivere una storia di cavalieri, e non esistono cavalieri senza società feudale.
    La società feudale è stata una cancrena di prevaricazioni privatistiche che hanno smembrato, rosicchiato e a loro modo riutilizzato le spoglie dell’immenso impero. Uno schema sociale in cui la legittimità è data dalla forza, in primis, e dal diritto dinastico poi. In questo contesto non c’è nulla di edificante, se non nelle favole con principi e principesse.
    Parimenti una grande civiltà coloniale del passato è venuta a mancare, su Muareb, e nella confusione della caduta si sono venuti a incrociare le naturali pulsioni antropologiche della civiltà umana, con il saccheggio e le appropriazioni da parte di privati di quanto prima era pubblico e condiviso – in un contesto peraltro con una ristrettissima disponibilità di risorse vitali – e la recrudescenza di un’idealizzazione storica distorta, meramente strumentale al nuovo regime.
    Questa è distopia DOC, a mio avviso.

Chi sono i personaggi che ci delinei e come si pongono rispetto al loro tempo? Come potrebbero relazionarsi all’uomo e alla tecnologia di oggi?
    Ci sono Karan, la voce narrante, biografo di quel grande personaggio storico che è Lakon, che con il pretesto dell’agiografia del suo amico, il Martire Tiranno, finisce però col raccontarci la sua di vita. La sua controversa amicizia proprio con Lakon, il suo amore con Luthien, il suo conflitto con Guderian, il campione di corte, con cui lotta per i favori del principe Silen. Non credo che potrebbero mai relazionarsi con l’uomo di oggi, non fanno parte di una sorta di mimesi moderna o critica di costume. Semplicemente rappresentano le emozioni basilari dell’essere umano. Karan è ambizioso e generoso, Guderian crudele ed egoista, Luthien è tutta amore e grazia.
    Personaggi all’apparenza presi di sana pianta dalla tradizione romanzesca di più di un secolo fa. Il loro rapporto con la tecnologia è… surrettizio. Un orpello. Le idiosincrasie di Karan ci sono e restano anche se gli sfiliamo la sella dello zodion da sotto e ci mettiamo quella di un qualsiasi altro veicolo, o di un semplice cavallo.
    Solo Lakon, solo lui, misterioso e distante, potrebbe vivere in ogni epoca. Lui è uomo e tecnologia assieme; ed è per questo che tutti lo amano e lo odiano. Lui è l’alieno.

Il grande Tolkien, altro
ispiratore - tra i tanti - dell'opera
di Fabio Carta
Dal punto di vista del’architettura narrativa, ci troviamo di fronte a un’opera imponente con un registro linguistico aulico. Come hai lavorato nella costruzione dell’opera, privilegiando quali strumenti e tecniche? Che cosa hai voluto evitare, invece?
    Io amo le parole, per questo sono uno scrittore.
    Queste per me sono come i colori sulla tavolozza di un pittore. Si può essere bravissimi a immaginare racconti come a disegnare opere d'arte ma, ma senza tanti colori nel proprio vocabolario il risultato non potrà che essere banale, ripetitivo, povero. Tutti sono bravi a immaginare e a sognare, tutti riusciamo più o meno ad esprimerci, talvolta persino a gesti.
    Ma raccontare – e farlo bene – è tutt’altra cosa. Io c’ho provato. E nella mia tavolozza ho messo quanto più colori avevo.
    Non ho mai cercato di blandire il lettore, anzi ho voluto dove possibile scervellarmi a trovare sempre il termine più arcaico, complicato, meno comune. Inoltre credo di non aver mai usato il turpiloquio, mai; e bando ai barbarismi anglofoni, tolti ovviamente quelli inevitabili. Un computer diventa così elaboratore, motore logico o computazionale. Ma il laser, resta laser.
    Per quanto riguarda lo stile ho da subito proteso per la prima persona: è la debolezza dell’esordiente, dicono alcuni, la tendenza a mettere sempre un pezzetto di diario personale nell’opera prima.
    Scegliere un personaggio-narratore ti costringe a fare tuo il suo punto di vista, guadagnandoci in chiarezza espositiva, soprattutto quando devi raccontare un intero pianeta! Raccontando la storia di una guerra vissuta dal personaggio, ritenevo giusto che fosse lui a regalare le sue emozioni al lettore: narrando di altri, crea una proiezione di sé e del proprio vissuto, traducendo più facilmente ciò che c'è da raccontare.
    In questo molti esordienti spesso riversano alcuni tratti personali nei loro protagonisti; nel mio caso ho qualcosa di diverso. Karan doveva presentarsi come una figura indipendente tale da compiere le sue scelte seguendo i suoi pensieri, paure e desideri. Lakon invece doveva avere un alone di mistero, una distanza dalla stessa condizione umana che permettesse un’analisi obiettiva nella contrapposizione fra i pensieri dell’amico e il popolo sofferente.
    Ma se potessi dar vita a un mio personaggio sceglierei Lakon: transumano e disumano, spietato eppure nobilissimo, quantomeno nelle intenzioni. Non sarebbe sicuramente un tipo noioso da conoscere.

Questo romanzo rappresenta la prima tappa di un percorso preciso, giusto? Ci puoi raccontare qualcosa rispetto ai tuoi obiettivi e progetti futuri?
    Il secondo volume della saga è già pubblicato e si intitola “I Cieli di Muareb”; spero anzi che vorrai dedicare al seguito la stessa attenzione e passione che stai riversando nel primo volume.
    Per il resto stiamo lavorando con l’editore di Arma Infero per la pubblicazione di un terzo capitolo.
    Infine sono orgoglioso di annunciare a brevissimo la pubblicazione del mio primo romanzo cartaceo, dal titolo Ambrose, che verrà pubblicato da Scatole Parlanti, una nuova CE branca della più grande famiglia editoriale della Alter Ego. Parliamo sempre di fantascienza, sempre di guerrieri meccanici e di campi di battaglia spazzati dalle bombe nucleari.
    Pare che non possa scrivere d’altro.

Che cosa rappresenta per te questo lavoro e in che rapporto ti pone con la scrittura?
    Non ho mai considerato il fatto di avere dei lettori, ma da lettore, se ammettevo da un lato “la bellezza” di una storia, mi chiedevo se sarei stato in grado di migliorarla in qualche modo. Scrivo con la semplice voglia di raccontare, poi il messaggio di fondo traspare da sé. All'inizio, è un po' come giocare con un puzzle di fogli sparsi, ma in fase di editing è magnifico vedere come tutto possa divenire un corpus coerente e avvincente.
    Per il resto, semplicemente… scrivo. E fin quando non ho finito, vedo la scrittura come una mia personale e intima espressione, nonché sfogo delle mie idee e fantasie. Ne sono perfino geloso. Solo alla fine del lavoro riesco a condividerne il risultato. Per la rilettura e la revisione nessuno mi ha aiutato, se non l’editore in fase di editing. Amici e parenti hanno infatti letto la versione definitiva, come qualsiasi altro lettore.

Giunti alla fine dell’intervista: vuoi aggiungere qualcosa?
    Voglio ancora ringraziarti per tutto. Non vedo l’ora di leggere la tua recensione.
    E a chi vorrà leggere anche Arma Infero vol.2 dico: abbiate fede, anche il terzo volume vedrà la luce entro l’anno. Nel frattempo, però, potrete intrattenervi con Ambrose, a breve in libreria. Attendo i vostri pareri.
    Alla prossima occasione.
    Ancora grazie.


Scheda Tecnica del Libro

Arma Infero - Il mastro di forgia

di Fabio Carta
Editore: Inspired Digital Publishing
Data di uscita: 2015
Genere: Fantascienza/Fantasy/Space Opera
Pagine: 693
Link Acquisto: Amazon clicca qui

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